L’idea

Avevo 22 anni quando l’Università mi propose per uno stage in Rai. Ero attratto dal mezzo televisivo, incuriosito dalle nuove tecnologie e dalle tecniche di comunicazione che si sviluppavano, dalla cifra stilistica di questo o quel filmaker, per cui fui davvero contento dell’opportunità ricevuta. Ma quel periodo in Rai non fu solo, per me, un tempo trascorso ad imparare e a conoscere, ma fu anche e soprattutto un passaggio fondamentale per la mia vita, perché entrai in contatto con qualcosa che in fondo già mi apparteneva senza che peró ne fossi pienamente consapevole…

Fin da bambino avevo sentito raccontare, in famiglia, la storia dei prozii Emanuele ed Ottavio Rotondo, proprietari ai primi del Novecento di una sartoria di pregio nel centro di Napoli, sarti che vestivano notabili della città ed artisti, come il grande Totò, ad esempio, o intellettuali, come Matilde Serao. Avevo imparato a memoria come il mio avo, padre di Emanuele ed Ottavio, ad un certo punto, avesse deciso con un gesto di estrema fiducia nei suoi figli, e lungimiranza imprenditoriale, di finanziare la nascita della Miramarefilm, casa di produzione cinematografica, che prese il nome dal luogo in cui si situarono i suoi studi di posa (nel seminterrato del Grand Hotel Miramare, sul celebre lungomare napoletano di via Caracciolo).

Quindi, come dicevo, conoscevo bene la storia della mia famiglia, ma non era per me  determinante né fondamentale, quando riflettevo sulle possibilità di sviluppo professionale che la mia laurea (in Communication e Media Studies) poteva darmi.

O meglio, non fu determinante fino al giorno in cui – durante lo stage, nel quale assolvevo ai compiti più disparati, dall’assistente di studio al programmista regista, alla segreteria di redazione all’aiuto regia – mi fu chiesto di occuparmi di una certa ricerca nelle Teche Rai…e quando spuntarono fuori gli spezzoni di film come “Lucia Lucí”, “Fiocca la neve”…e stralci di documentari in cui si raccontava come i Rotondo furono veri e propri pionieri del Cinema, non solo produttori – fecero di Napoli il primo set italiano del cinema muto – ma anche distributori – poichè partirono alla conquista dei mercati d’olteoceano, laddove gli italiani emigrati accoglievano con entusiasmo e commozione le pellicole prodotte in patria – e addirittura inventori della produzione in serie – quella per cui ci si serviva della stessa troupe e degli stessi attori per girare contemporaneamente più film ed ottimizzare cosí tempo e denaro – beh, insomma, quando mi ritrovai di fronte a tutto questo, allora qualcosa si mosse dentro di me. Come un clic. Sulla scorta di quello che avevo visto in Rai, mi misi alla ricerca anche in casa, tra i parenti più anziani, trovai qualcosa, certo poca roba, oggetti ormai dismessi, cineprese in disuso, una vecchia pizza completamente impossibile da proiettare o riversare in alcun modo. Ma al di là di ciò che riuscii a trovare materialmente, la cosa importante fu quello che trovai al livello emotivo, quasi spirituale, potrei dire: cioè, l’ispirazione. Per la prima volta mi sentii veramente e profondamente ispirato in una direzione precisa, un obiettivo chiaro, che si faceva via via sempre più nitido.

Una volta terminata l’Università e terminato lo stage, cominciai a lavorare come dipendente in alcune società di marketing e comunicazione, avevo intrapreso una buona carriera dirigenziale che mi dava soddisfazione, e tutto sommato non potevo lamentarmi, ma c’era sempre quel clic dentro di me che non mi lasciava in pace. Quella sensazione un po’ magica di ispirazione che avevo provato, quel giorno, durante la ricerca in Rai, non era più tornata. E io ne sentivo la mancanza…era quella la cifra con cui volevo segnare i miei giorni. Cosí presi il coraggio a quattro mani, non fu facile, perché avevo da perdere una condizione lavorativa più o meno garantita, ma mi lasciai guidare dall’istinto e oggi Miramarefilm é di nuovo una realtà.

Con l’avvento del sonoro, e la riforma del Cinema del 1931 che spostava a Roma l’asse principale della cinematografia, con la costruzione degli stabilimenti di Cinecittà, Miramarefilm era stata costretta a chiudere i battenti e a scrivere la parola fine in coda ai suoi gloriosi successi.

Dopo un secolo, ho rifondato il marchio, l’ho depositato e registrato, anche in segno di omaggio alla mia famiglia, ho coinvolto mio fratello Massimo in questa avventura, e oggi facciamo comunicazione in un territorio, quello partenopeo, non facile ma certamente stimolante. E anche se lavoriamo essenzialmente con il web e le nuove tecnologie in genere, strizziamo l’occhio al cinema – produciamo video ed io in particolare mi dedico alla regia e alla postproduzione – sempre e comunque, perché bisogna tenere sempre ben presente da dove veniamo. Per individuare la rotta giusta da seguire e l’orizzonte verso cui tendere.

Gianmarco de Stefano