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16 Mag 2016
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Essere Influncer: inganno o vera professione?

Web Agency Napoli – Essere Influncer: inganno o vera professione? – In principio furono i fashion blogger, poi sono arrivati gli youtuber e Instagram ha completato il quadro. Sagaci e brillanti, belli e modaioli, mondani e talvolta dissoluti, i divi del nuovo millennio viaggiano sui social network accompagnati da like, cuori, retweet, repost e condivisioni, adorati da una folla silenziosa che, tuttavia, fa più rumore di un popolo in sommossa.
È quel tumultuoso silenzio che determina il successo di personaggi che, destreggiandosi al meglio sulle proprie piattaforme di condivisione, riescono a tenere in vita piccoli e grandi imperi, supportati da team manageriali e schiere di fan adoranti. Nel nostro paese alla meritocrazia spesso si sostituisce il criterio cronologico nel determinare chi possa realmente definirsi influencer, aspetti che tuttavia possono andare di pari passo, come testimonia il successo ottenuto da alcuni youtuber di spicco anche al di fuori dei confini social. Il punto sul quale riflettere è che ciascuno di questi personaggi, partiti pressoché da zero, con pochi mezzi a disposizione, è riuscito nel tempo a catturare attenzioni mediatiche ed economiche, trasformando un hobby in un vero e proprio business.

I settori d’interesse sono assai vari: si va dal fashion (gettonatissimo soprattutto su Instagram), al puro enterteinment, dai tutorial alla critica televisiva, passando per il food, l’umorismo e la tecnologia. La conditio sine qua non per definirsi influencer è sicuramente l’elevato numero di follower, obbligatoriamente oltre i 10k.
Grandi numeri, grandi responsabilità, verrebbe da pensare. Ma più che responsabilità, i grandi numeri consegnano nelle mani di questi sedicentiopinion leader lo scettro di catalizzatori d’attenzione, mode e, per l’appunto, opinioni, trasformandoli in conclamati influencer. Il rapporto osmotico tra diversi media trasporta la loro influenza anche su altri schermi, pacchetto che comprende non soltanto la loro voce critica, ma anche il numero di seguaci trasformati in pubblico attivo ed interattivo: chi ancora si stupisce della presenza di semisconosciuti ai telespettatori nei salotti televisivi più importanti, probabilmente non conosce le dinamiche social gestite e modulate proprio intorno a queste figure autoprodotte e acclamate a suon di click.

Il motivo per il quale si diventa influencer risiede nell’immagine restituita al pubblico: gran parte dei divi del social, forti della loro visibilità, sembra condurre una vita agiata, fatta di ospitate, serate glamour, premi e abiti da sogno, soprattutto se parliamo di fashion blogger; altri, invece, ricevono regali e gadget da sfoggiare nei loro blog, influenzando – è il caso di dirlo – gli acquisti dei loro seguaci.

Come in una versione 3.0 del flusso di comunicazione a due stadi, teorizzato da Paul Felix Lazarsfeld ed Elihu Katz nella seconda metà degli anni Cinquanta, gli influencer riescono a filtrare una o più realtà attraverso i loro post, le loro preferenze, le loro opinioni e i follower che tendono a prestar loro attenzione.
Web Agency Napoli – Per quanto l’accesso ai media sia garantito a tutti, senza barriere o difficoltà, gli influencer riescono comunque a determinare gusti e tendenze degli utenti, trasformando talvolta il loro carisma digitale in una vera e propria professione, in barba alla gavetta e alla formazione. Un mondo apparentemente aperto che forse ha illuso la generazione dei nativi digitali, con viralità forse costruite a tavolino che fanno girare un business che molti definiscono effimero, ma che, a conti fatti, procura da vivere a molte persone. Rispondere alla domanda “come si diventa influencer?” può sembrare facile, così come scontata potrebbe essere la risposta, ma al pari di quanto accade per tutti i fenomeni nati sul web, il regime previsionale è assai incerto: non sappiamo cosa succederà domani, non sappiamo se un nostro post senza secondi fini possa scuotere e movimentare “l’internet”.

Essere influencer è l’incrocio ideale tra fortuna e savoir-fair digitale, tra bellezza e fotoritocchi, tra intelligenza e vacuità. Qualcosa che possiamo avvicinare al potere e al carisma che avevano i nostri compagni di classe più cool, senza i quali non esistevano feste, uscite, divertimento: se ci pensiamo, siamo stati tutti influencer o comunque abbiamo avuto a che fare con uno di loro a distanza molto ravvicinata. Se sia giusto o meno considerarlo un lavoro è una questione assai controversa, venata di discrepanze tra i reali effetti della loro attività e il senso comune che tende ad insignire della validità professionale ben altre attività.

Un meme divenuto popolare in rete recita così: “essere un influencer non è poi così dissimile dall’essere disoccupati“. Professione influencer, dunque. Ma se continuasse a restare un hobby cosa cambierebbe?

 

Fonte: Inside Marketing – sito: http://www.insidemarketing.it/digital-addicted-o-influncer-professione/#